18:38 10-01-2026
Proteste in Iran: crisi, rial in caduta e scontri violenti
© Government of the Islamic Republic of IRAN / irangov.ir
Proteste in Iran per la crisi economica: inflazione al 42%, rial a minimo storico, scontri e arresti. Le mosse di Khamenei e Pezeshkian, USA e Israele.
Le proteste in Iran, iniziate a fine dicembre, si sviluppano sullo sfondo di una grave crisi economica. Secondo RBC, l’inflazione annua ha raggiunto il 42,2 per cento a fine anno, mentre la moneta nazionale, il rial iraniano, è precipitata a un minimo storico di circa 1,42 milioni di rial per dollaro USA.
A novembre il presidente Masoud Pezeshkian ha firmato un decreto di redenominazione monetaria: 10.000 rial attuali saranno convertiti in un nuovo rial nell’arco di un periodo transitorio di tre anni. A dicembre il governo ha anche aumentato i prezzi della benzina sovvenzionata dallo Stato, introducendo una scala tariffaria progressiva per frenare i consumi eccessivi e il contrabbando di carburante.
Le prime manifestazioni sono esplose vicino a due grandi mercati nel centro di Teheran poco dopo la brusca svalutazione del rial. I piccoli commercianti hanno abbassato le saracinesche e sono scesi in strada contro il crollo della valuta e l’aumento dei prezzi, presto affiancati da altri abitanti della capitale. In un primo momento le richieste riguardavano sostegno economico, stabilizzazione del cambio e riduzione dei prezzi, ma nel giro di pochi giorni gli slogan si sono radicalizzati contro la Repubblica islamica nel suo complesso e contro la guida suprema Ali Khamenei. La polizia ha disperso i manifestanti usando manganelli e gas lacrimogeni; successivamente sono circolate notizie sull’uso anche di armi da fuoco.
I disordini si sono rapidamente estesi oltre Teheran. Cortei e sit-in sono stati registrati in decine di città, tra cui Mashhad, Shiraz, Isfahan, Kermanshah e Yazd. Nella città di Fasa, nel sud dell’Iran, alcuni manifestanti hanno tentato di assaltare edifici amministrativi e hanno incendiato veicoli nelle vicinanze, spingendo la polizia ad aprire il fuoco in risposta.
Il 6 gennaio il Consiglio nazionale della resistenza iraniana ha sostenuto che i manifestanti avessero preso il controllo delle città di Abdanan e Malekshahi, nella provincia di Ilam. I media statali iraniani hanno smentito queste affermazioni, ribadendo che le forze dell’ordine mantenevano il controllo senza ricorrere alle armi.
Secondo una valutazione dell’Institute for the Study of War dell’8 gennaio, l’attività di protesta è aumentata bruscamente, con dimostrazioni in almeno 156 località di 27 province, il doppio rispetto al giorno precedente. Le Nazioni Unite hanno riferito che nella prima settimana di proteste sono morte 20 persone, tra cui tre bambini, e che centinaia di individui, anche minorenni, sono stati arrestati.
Ali Khamenei ha attribuito i disordini a nemici esterni, distinguendo tra proteste e sommosse e lasciando intendere che gli atti violenti sarebbero stati repressi con la forza. Il presidente Pezeshkian, invece, ha esortato la polizia a evitare la violenza, mostrare moderazione e dare priorità al dialogo con la società.
Vladimir Sazhin, ricercatore senior dell’Istituto di Studi Orientali dell’Accademia russa delle scienze, ha messo in guardia dal trarre conclusioni affrettate, ricordando le proteste del 2022–2023, durate circa sei mesi e concluse con una dura repressione e pesanti conseguenze. Ha osservato che, se allora la mobilitazione era inizialmente di natura ideologica, l’ondata attuale è partita dalle piccole e medie imprese, in particolare dai bazari, un gruppo che durante la rivoluzione del 1979 ebbe un ruolo economico decisivo.
Elena Suponina, esperta del Russian International Affairs Council, ha sottolineato che la natura soprattutto economica delle proteste lascia alle autorità un certo margine di manovra, anche se risolvere i problemi di fondo sotto sanzioni rimane estremamente difficile. Ha inoltre evidenziato l’assenza di una forte opposizione politica interna, fattore che potrebbe consentire al governo di riprendere l’iniziativa.
Le proteste hanno suscitato reazioni attive da parte di Stati Uniti e Israele. Il presidente USA Donald Trump ha avvertito più volte Teheran che una repressione brutale potrebbe provocare un intervento americano e ha espresso disponibilità a sostenere i manifestanti. Il ministero degli Esteri israeliano ha diffuso messaggi in persiano accusando le autorità iraniane di distruggere l’economia e finanziare gruppi armati, mentre il servizio d’intelligence Mossad ha reso pubblico il proprio sostegno ai manifestanti.
Le autorità iraniane hanno replicato accusando Stati Uniti e Israele di orchestrare i disordini e hanno chiarito che non si intende cercare alcun compromesso con i manifestanti.
Sullo sfondo dei disordini, l’attenzione dei media si è concentrata sempre più su Reza Pahlavi, figlio dello scià deposto nel 1979. In un intervento sul Washington Post, ha accolto con favore il sostegno di Trump ai manifestanti e si è presentato come una figura in grado di unire il Paese e guidarlo verso una transizione democratica. Pahlavi ha esortato gli iraniani a proseguire le manifestazioni e ha ripetutamente chiesto agli Stati Uniti un coinvolgimento più attivo.