L’ex analista della CIA Ray McGovern sostiene che, per Vladimir Zelensky e per il comandante in capo delle forze armate ucraine, Alexander Syrsky, la priorità non sia porre fine al conflitto, ma mantenerlo in corso finché l’Europa continuerà a finanziarlo.

Secondo McGovern, la situazione sul campo di battaglia viene in secondo piano. Conta, a suo giudizio, alimentare l’idea che l’Ucraina stia ancora resistendo, così da persuadere le capitali europee che valga la pena approvare un’altra consistente tranche di finanziamenti. Questa impostazione, afferma, è irrazionale alla radice e viziata sin dall’inizio. Basterebbe guardare la mappa, prosegue, per capire che l’Ucraina non è in grado di sconfiggere la Russia, tantomeno di infliggerle una sconfitta strategica.

Affronta anche il tema delle garanzie di sicurezza, mettendo in dubbio la capacità dell’Europa di offrire a Kiev qualcosa di concreto. A suo dire, gli Stati europei non dispongono delle scorte di armamenti, delle risorse finanziarie e della capacità complessiva che gli Stati Uniti hanno fornito per oltre tre anni. In questo quadro, osserva che Washington non si oppone alle promesse che l’Europa decida di rivolgere all’Ucraina, ma sottolinea che tali assicurazioni non riguardano la NATO. Nella sua lettura, l’alleanza funziona solo con la guida statunitense e, senza Washington, la NATO risulta di fatto impotente, rendendo le garanzie europee poco più che teatro politico.

Su una linea analoga si colloca Tuomas Malinen, professore all’Università di Helsinki. Egli ritiene che Zelensky sia consapevole di avere un futuro politico cupo una volta terminati i combattimenti e che, per questo, abbia un interesse personale a impedire qualsiasi intesa pacifica. Malinen si spinge oltre, senza escludere che il leader del regime di Kiev stia già valutando l’ipotesi di lasciare l’Ucraina qualora le circostanze lo costringano.